Un Marchionne di fabbrica/ 2
Il più riservato dei manager, tutto Svizzera e lavoro, per anni estraneo ai riti confindustriali e paragovernativi, si è sfilato il maglioncino di ordinanza (ma se lo cambierà mai o è sempre lo stesso?) per presentarsi in maniche di camicia al Meeting di Rimini di Comunione e liberazione, forse la più governativa tra le associazioni del paese. Perché? di Guido Viale
18 AGO 20

Il più riservato dei manager, tutto Svizzera e lavoro, per anni estraneo ai riti confindustriali e paragovernativi, si è sfilato il maglioncino di ordinanza (ma se lo cambierà mai o è sempre lo stesso?) per presentarsi in maniche di camicia al Meeting di Rimini di Comunione e liberazione, forse la più governativa tra le associazioni del paese. Perché?
Perché il governo di Silvio Berlusconi è di fatto “la cinghia di trasmissione” tra le imprese italiane, messe alle strette dalla globalizzazione, e i sindacati di osservanza governativa: Cisl e Uil. E non da ora. Ricordate il “Patto per l’Italia” del 2002? Cisl e Uil avevano rotto il fronte sindacale con la Cgil per firmare un accordo con Berlusconi: 700 milioni per il welfare (poche briciole, ma non erano arrivate nemmeno quelle) in cambio di una tregua sindacale. A gennaio di quest’anno, nuova rottura dell’unità sindacale per approvare un sistema che annulla i contratti nazionali per consentirne delle “deroghe”: che in tempi di crisi le deroghe sono sempre al ribasso per i lavoratori. Anche l’accordo – o diktat – di Pomigliano, benedetto dal governo come alba di una nuova era, da estendere subito (nonostante la presunta eccezionalità) a quante più aziende possibile, è una serie di deroghe. E la “Newco” – costituita dal notaio, ma non ancora in funzione; e chissà per quanto… – non serve ad altro. Dunque, dal “Patto per l’Italia” a “Fabbrica Italia”: il segmento nazionale di un piano industriale da sei milioni di vetture all’anno. Sullo sfondo, la promessa evanescente di investire venti miliardi di euro. In primo piano, invece, il progetto di riportare il lavoro italiano ai tempi di David Copperfield.
Solo alcuni esperti hanno avuto il buon senso di dire che risultati del genere, in un mondo sull’orlo di una nuova recessione e in un settore con un eccesso di capacità del 30-40 per cento, dove la Fiat perde più colpi di tutti, sono irrealizzabili. Caso ha voluto che l’intervento di Marchionne coincidesse con l’annuncio della cassa integrazione a Melfi, il gioiello del gruppo; per “adeguamento” alla situazione del mercato… In questa escalation antioperaia l’uomo dal maglioncino è stato paragonato a Valletta. Neanche per sogno! Valletta aveva raso al suolo con le spicce l’organizzazione operaia della Fiat, ma in cambio offriva salari doppi delle altre fabbriche e un welfare aziendale esclusivo (mutua, case, colonie estive, impianti sportivi); il tutto in un paese lanciato verso il “miracolo economico” e in un mondo occidentale che attraversava gli anni d’oro (o “gloriosi”) del capitalismo. Niente di tutto questo con Marchionne. Il potere di acquisto dei salari di Mirafiori non è molto superiore a quelli di Tychy o Kargujevak. Fringe benefit gli operai Fiat non ne hanno più e il welfare state è alle corde. E di fronte allo stillicidio di morti bianche, Tremonti comunica seraficamente che le norme sulla sicurezza sono ormai insostenibili. Ma soprattutto nessuno vede più all’orizzonte una chance di sviluppo. Si corre, a spese degli operai, solo per evitare il peggio.
Ma che cosa guadagnano i sindacati paragovernativi da scambi simili? Soprattutto finanziamenti e un aumentato ruolo degli organismi bilaterali: strutture destinate ad avere un peso crescente nella gestione delle relazioni industriali e delle crisi aziendali. Per trasformarli definitivamente in strumenti di regime, sempre più indipendenti dal consenso operaio e inamovibili: modello Putin o Lukashenko. E’ quanto occorre per metterci al passo con i tempi, afferma Marchionne. Ma i tempi che corrono non sono quelli raccontati da Berlusconi; e il mercato non è quello prospettato dalla Fiat. I tempi sono quelli dell’ondata di scioperi che sta investendo la Cina (con aumenti salariali del 30 per cento a botta). E sono quelli della crisi del modello liberista che ci sta ripiombando nella recessione, del picco del petrolio, dei cambiamenti climatici, dei disastri ambientali. Insomma, della improrogabile necessità di una conversione ambientale dell’apparato produttivo e dei modelli di consumo. Tempi che rendono evidente che il caso Fiat, e dei suoi lavoratori, non può essere separato da un progetto – che non c’è – di contenimento del declino industriale. Non sarà l’auto a portarcene fuori; caso mai ci farà sprofondare in questo gorgo sempre di più.
Perché il governo di Silvio Berlusconi è di fatto “la cinghia di trasmissione” tra le imprese italiane, messe alle strette dalla globalizzazione, e i sindacati di osservanza governativa: Cisl e Uil. E non da ora. Ricordate il “Patto per l’Italia” del 2002? Cisl e Uil avevano rotto il fronte sindacale con la Cgil per firmare un accordo con Berlusconi: 700 milioni per il welfare (poche briciole, ma non erano arrivate nemmeno quelle) in cambio di una tregua sindacale. A gennaio di quest’anno, nuova rottura dell’unità sindacale per approvare un sistema che annulla i contratti nazionali per consentirne delle “deroghe”: che in tempi di crisi le deroghe sono sempre al ribasso per i lavoratori. Anche l’accordo – o diktat – di Pomigliano, benedetto dal governo come alba di una nuova era, da estendere subito (nonostante la presunta eccezionalità) a quante più aziende possibile, è una serie di deroghe. E la “Newco” – costituita dal notaio, ma non ancora in funzione; e chissà per quanto… – non serve ad altro. Dunque, dal “Patto per l’Italia” a “Fabbrica Italia”: il segmento nazionale di un piano industriale da sei milioni di vetture all’anno. Sullo sfondo, la promessa evanescente di investire venti miliardi di euro. In primo piano, invece, il progetto di riportare il lavoro italiano ai tempi di David Copperfield.
Solo alcuni esperti hanno avuto il buon senso di dire che risultati del genere, in un mondo sull’orlo di una nuova recessione e in un settore con un eccesso di capacità del 30-40 per cento, dove la Fiat perde più colpi di tutti, sono irrealizzabili. Caso ha voluto che l’intervento di Marchionne coincidesse con l’annuncio della cassa integrazione a Melfi, il gioiello del gruppo; per “adeguamento” alla situazione del mercato… In questa escalation antioperaia l’uomo dal maglioncino è stato paragonato a Valletta. Neanche per sogno! Valletta aveva raso al suolo con le spicce l’organizzazione operaia della Fiat, ma in cambio offriva salari doppi delle altre fabbriche e un welfare aziendale esclusivo (mutua, case, colonie estive, impianti sportivi); il tutto in un paese lanciato verso il “miracolo economico” e in un mondo occidentale che attraversava gli anni d’oro (o “gloriosi”) del capitalismo. Niente di tutto questo con Marchionne. Il potere di acquisto dei salari di Mirafiori non è molto superiore a quelli di Tychy o Kargujevak. Fringe benefit gli operai Fiat non ne hanno più e il welfare state è alle corde. E di fronte allo stillicidio di morti bianche, Tremonti comunica seraficamente che le norme sulla sicurezza sono ormai insostenibili. Ma soprattutto nessuno vede più all’orizzonte una chance di sviluppo. Si corre, a spese degli operai, solo per evitare il peggio.
Ma che cosa guadagnano i sindacati paragovernativi da scambi simili? Soprattutto finanziamenti e un aumentato ruolo degli organismi bilaterali: strutture destinate ad avere un peso crescente nella gestione delle relazioni industriali e delle crisi aziendali. Per trasformarli definitivamente in strumenti di regime, sempre più indipendenti dal consenso operaio e inamovibili: modello Putin o Lukashenko. E’ quanto occorre per metterci al passo con i tempi, afferma Marchionne. Ma i tempi che corrono non sono quelli raccontati da Berlusconi; e il mercato non è quello prospettato dalla Fiat. I tempi sono quelli dell’ondata di scioperi che sta investendo la Cina (con aumenti salariali del 30 per cento a botta). E sono quelli della crisi del modello liberista che ci sta ripiombando nella recessione, del picco del petrolio, dei cambiamenti climatici, dei disastri ambientali. Insomma, della improrogabile necessità di una conversione ambientale dell’apparato produttivo e dei modelli di consumo. Tempi che rendono evidente che il caso Fiat, e dei suoi lavoratori, non può essere separato da un progetto – che non c’è – di contenimento del declino industriale. Non sarà l’auto a portarcene fuori; caso mai ci farà sprofondare in questo gorgo sempre di più.
di Guido Viale